13 agosto 2026 · 5.335 parole
Il comunismo è un'idea sviluppata da Karl Marx e Friedrich Engels, nata dal desiderio e dall'obiettivo di abolire la divisione stessa in classi sociali.
Marx analizzò la società nei diversi periodi storici e sostenne che la storia fosse caratterizzata dal conflitto tra classi sociali. Secondo Marx, in ogni epoca esistono classi con interessi contrapposti: nell'antichità vi erano, ad esempio, schiavi e proprietari; nel Medioevo signori feudali e servi della gleba; nella società capitalistica, invece, borghesia e proletariato. La borghesia possiede i mezzi di produzione, mentre i lavoratori possiedono la propria forza-lavoro, che vendono in cambio di un salario. Secondo Marx, il lavoratore produce un valore maggiore rispetto a quello che riceve come salario. La differenza tra il valore prodotto e il salario corrisposto al lavoratore viene chiamata plusvalore e viene appropriata dal capitalista.
Per Marx, la borghesia ha avuto un ruolo importante e non necessariamente negativo nella storia: ha contribuito all'indebolimento di molti rapporti feudali, favorito il commercio internazionale, creato il mercato mondiale e accelerato lo sviluppo della scienza e della tecnologia.
Però, pur riconoscendo questi aspetti positivi, Marx osservò che la Rivoluzione industriale concentrò masse sempre più grandi di lavoratori nelle fabbriche. Gli artigiani, incapaci di reggere la concorrenza della grande industria, finivano a loro volta per lavorare come salariati nelle fabbriche, mentre il borghese possedeva i mezzi di produzione e teneva per sé il profitto. Secondo Marx, questa concentrazione portava alla possibilità di unire i lavoratori, creando una coscienza di classe e quindi la possibilità di fare una rivoluzione, che avrebbe tolto i mezzi di produzione dalla proprietà privata e trasformato i rapporti economici e sociali.
L'idea della rivoluzione era quindi quella di abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, trasformandoli in proprietà collettiva e superando progressivamente le divisioni di classe. In questo senso, si può parlare anche del superamento di una società fondata principalmente sull'interesse economico individuale.
Dopo la rivoluzione, nella Critica del programma di Gotha, Marx distingue tre momenti.
Il primo è un periodo di trasformazione rivoluzionaria dalla società capitalistica a quella comunista. A questo periodo corrisponde uno Stato di transizione, che Marx chiama "dittatura rivoluzionaria del proletariato".
Il secondo è la prima fase della società comunista. La proprietà privata dei mezzi di produzione è stata abolita, ma la società porta ancora i segni di quella da cui è nata. Ogni lavoratore riceve un buono che certifica quanto lavoro ha svolto e, con esso, preleva dai beni comuni una quantità di prodotti equivalente: ciascuno riceve, in sostanza, in proporzione al proprio lavoro. In URSS questa idea verrà poi riassunta nella formula "a ciascuno secondo il suo lavoro", inserita anche nella Costituzione sovietica del 1936.
Il terzo è la fase superiore, quella del comunismo pienamente sviluppato. Qui la società avrebbe raggiunto un livello di sviluppo tale, e il lavoro sarebbe diventato talmente parte naturale della vita, da permettere il principio: "Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni."
Con il superamento delle classi sociali e dell'antagonismo tra esse, anche lo Stato perderebbe progressivamente la propria funzione come strumento di dominio di una classe sull'altra e tenderebbe quindi a estinguersi nel tempo.
Precisazione: questa parte non è una lista dei fallimenti dei vari Paesi comunisti, ma un riassunto di come questi hanno gestito i vari quesiti lasciati irrisolti da Marx; tralascerò quindi vari aspetti estranei a questo argomento.
Marx ha lasciato alcune parti di una società comunista volontariamente vaghe, dal momento che queste avrebbero potuto essere soggette alle circostanze e allo sviluppo futuro della società. Ma è utile citarle e vedere come alcuni Stati comunisti le hanno implementate.
Una parte importante che tralascia è come verrebbe gestito lo Stato durante la fase transitoria. Non spiega precisamente: chi governa? Chi prende le decisioni? Chi ha il potere durante la transizione? Quanto dura questa fase? Come ci si assicura che vada tutto come previsto?
Nella Critica del programma di Gotha, Marx parla della necessità di una "dittatura rivoluzionaria del proletariato" come fase di transizione dal capitalismo alla società comunista. Il potere dovrebbe quindi passare alla classe lavoratrice, che avrebbe il compito di trasformare i rapporti economici e sociali esistenti. Tuttavia, Marx non descrive nel dettaglio come dovrebbe funzionare concretamente questo nuovo potere politico.
Marx rifiuta proprio l'idea di inventare a tavolino la costituzione della società futura: secondo lui, la domanda su quali funzioni dello Stato resteranno nel comunismo deve essere affrontata sulla base dello sviluppo reale della società.
Vediamo come alcuni Stati comunisti hanno gestito la questione. Partiamo dal più noto, l'URSS, che inizialmente ebbe Lenin come principale leader.
Lenin si basò inizialmente anche sull'analisi della Comune di Parigi del 1871, che fu presa da Marx stesso come esempio di come il proletariato potesse assumere il potere politico.
La sua idea era interessante: lo Stato proletario avrebbe dovuto essere molto più democratico dello Stato borghese.
I funzionari dovevano essere eletti dal popolo, poter essere revocati dal popolo, non guadagnare molto più degli altri lavoratori e, soprattutto, essere controllati dal popolo. Lenin immaginava che così, gradualmente, il popolo stesso potesse partecipare all'amministrazione.
Questa idea conviveva però con un'altra, che Lenin aveva sviluppato già nel 1902 in Che fare?: i lavoratori non diventano automaticamente rivoluzionari solo perché sono lavoratori. Per questo serviva un partito d'avanguardia, che avesse il compito di organizzare il movimento operaio, dare una direzione politica, guidare la rivoluzione e aiutare il proletariato a sviluppare la propria coscienza politica. Le due idee erano in tensione fin dall'inizio: da una parte il popolo che si governa da solo, dall'altra un partito che lo guida.
Ma qui nacque un altro rischio che Marx e Lenin non risolsero: invece di essere lo Stato a scomparire gradualmente, dando sempre più potere al popolo, lo Stato poteva diventare sempre più potente e il partito sempre più indispensabile.
Questo divenne realtà già nel 1918, quando i bolscevichi sciolsero l'Assemblea costituente, in cui non avevano la maggioranza. Era già stata creata la Ceka, la polizia politica, e gli altri partiti furono progressivamente messi fuori legge. Nel 1921 la rivolta dei marinai di Kronstadt, che chiedevano soviet liberi dal controllo bolscevico, fu repressa militarmente. Nello stesso anno il X Congresso vietò le frazioni all'interno del partito. Quando Lenin morì, nel 1924, lo Stato a partito unico esisteva già.
Questo rischio era alimentato soprattutto dal fatto che la Russia di quegli anni non era nella condizione che Marx prevedeva per una rivoluzione comunista. La Russia era ancora prevalentemente agricola, economicamente arretrata rispetto alle principali potenze industriali e soprattutto indebolita dalla Prima guerra mondiale. Quindi Lenin dovette affrontare una questione: "Come costruire il socialismo in un paese che non possiede ancora le condizioni economiche che Marx considerava necessarie per il comunismo?"
Durante la guerra civile, dal 1918 al 1921, i bolscevichi avevano applicato il comunismo di guerra, che consisteva nella nazionalizzazione di quasi tutta l'industria, nell'abolizione del commercio privato e nella requisizione forzata del grano. Il risultato fu il crollo della produzione, la carestia e le rivolte contadine. Così, nel 1921, Lenin decise di reintrodurre alcune forme di mercato attraverso la NEP, dando la possibilità di creare piccole attività private e permettendo ai contadini di vendere parte dei loro prodotti.
Quando Stalin salì al potere, decise di adottare un approccio diverso da quello di Lenin. Alla fine degli anni '20 abbandonò la NEP e diede allo Stato il controllo quasi totale dell'economia, con i piani quinquennali per l'industrializzazione forzata. In seguito impose nelle campagne la collettivizzazione: le terre furono riunite in fattorie collettive (kolchoz) e lo Stato requisiva quote fisse di grano, anche quando il raccolto non bastava. Ne seguì la carestia del 1932-33, con tra i 5 e i 7 milioni di morti, soprattutto in Ucraina (Holodomor) e in Kazakistan. Questo schema si sarebbe ripetuto quasi identico in Cina con il Grande Balzo in avanti. Successivamente represse l'opposizione politica, avviò le grandi purghe (1936-38), creò un forte apparato burocratico e soprattutto concentrò il potere.
Questo sembra andare contro l'idea di Marx secondo cui le divisioni di classe avrebbero dovuto diminuire e, con esse, anche la necessità dello Stato. Tutto questo avvenne anche in un contesto caratterizzato da diversi problemi interni ed esterni che Stalin utilizzò per giustificare la propria politica: arretratezza economica, paura di un intervento straniero, necessità di industrializzare rapidamente e, soprattutto, il fallimento della rivoluzione europea.
Così il partito finì per sostituire la classe. Marx immagina il proletariato come soggetto della rivoluzione, mentre nel mondo sovietico il lavoratore non governava direttamente lo Stato, facendo sorgere domande come: Se il partito rappresenta il proletariato, chi controlla il partito? Se lo Stato rappresenta il proletariato, chi controlla lo Stato? Se non esiste pluralismo politico, come può il proletariato sostituire democraticamente i propri rappresentanti?
Infine, si può sostenere che l'URSS abbia finito per allontanarsi significativamente dal concetto iniziale di Marx.
Ora vediamo un altro paese, la Cina. Qui nel 1921 nacque il PCC (Partito Comunista Cinese), a cui aderì Mao, che in futuro ne sarebbe diventato il capo. Nel 1927 il PCC si scontrò con i nazionalisti del Kuomintang, e questo sfociò in una guerra civile. I due collaborarono temporaneamente contro l'invasione giapponese. Durante questo periodo il PCC ampliò enormemente la propria base nelle campagne, rafforzando l'esercito. Dopo la Seconda guerra mondiale, i comunisti guidati da Mao conquistarono progressivamente il territorio. Infine, nel 1949, Mao proclamò a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese.
Quando la Repubblica fu fondata, la Cina era ancora molto indietro nell'industrializzazione, molto più della Russia, e la maggioranza della popolazione era composta da contadini. Così Mao trasformò il contadino da semplice alleato a principale protagonista. Un'altra differenza è che Mao fondò la Repubblica Popolare Cinese non con una sola rivoluzione, come era successo in Russia, ma dopo anni di guerre e combattimenti, avendo già una base territoriale e politica maggiore.
Mao adottò un approccio simile a quello di Lenin, rafforzando lo Stato, soprattutto perché c'erano ancora oppositori interni e minacce esterne. Alla domanda "Chi governa?" Mao rispose creando un governo di coalizione, al quale partecipavano altre forze politiche e organizzazioni, che operavano però sotto la leadership del Partito Comunista guidato da Mao.
Chi prende le decisioni? Il principio era quello del centralismo democratico, ereditato da Lenin: le decisioni venivano discusse all'interno degli organismi politici, ma una volta stabilita la linea, questa doveva essere applicata da tutti in modo disciplinato e centralizzato, senza ulteriore dissenso. Nella pratica, però, il Partito Comunista manteneva la direzione politica del sistema, mentre gli organi statali attuavano le decisioni.
Mao chiamò il suo Stato una dittatura democratica popolare, in cui la democrazia valeva per le classi considerate parte del popolo, come operai e contadini. Era invece una dittatura contro le classi considerate nemiche della rivoluzione, come vecchi proprietari terrieri, controrivoluzionari e oppositori della trasformazione socialista. Mao fu molto esplicito: lo Stato doveva utilizzare esercito, polizia e tribunali per reprimere chi cercava di ostacolare la rivoluzione.
Mao cercò di accelerare lo sviluppo economico con il "Grande Balzo in avanti", un programma lanciato nel 1958. L'obiettivo era trasformare rapidamente la Cina da paese agricolo a potenza industriale. Vennero create enormi comuni agricole e si cercò di accelerare contemporaneamente sia l'agricoltura sia l'industrializzazione. Ma si riscontrarono diversi problemi. Pechino chiese alle province di aumentare la produzione con obiettivi irrealistici. I funzionari locali capirono però che ammettere di non aver raggiunto gli obiettivi poteva essere politicamente pericoloso: la carriera dipendeva dalla dimostrazione di fedeltà alla linea di Mao e dal successo delle politiche del Partito. Gli economisti James Kung e Shuo Chen (The Tragedy of the Nomenklatura, 2011) hanno infatti mostrato che le province guidate da membri supplenti del Comitato centrale, cioè funzionari che avevano più da guadagnare mostrandosi fedeli alla linea, requisirono più grano e registrarono una mortalità più alta durante la carestia. Quindi le autorità locali comunicavano spesso risultati superiori alla produzione reale.
Lo Stato cinese aveva bisogno di raccogliere grano dalle campagne per nutrire le città, sostenere l'industrializzazione e mantenere le riserve. Se però il governo credeva che una provincia avesse prodotto 10 milioni di tonnellate quando in realtà ne aveva prodotte, per esempio, 7, la quota di grano da requisire veniva fissata sulla base dei 10 milioni, non dei 7.
Contemporaneamente, il Grande Balzo spostò enormi quantità di lavoro dalle attività agricole verso altri progetti. Questo significava che meno persone lavoravano normalmente nei campi, e una parte del raccolto andava persa o non veniva raccolta affatto.
Qui emerge il problema dell'approccio di Mao. Se dire la verità al centro era rischioso, mentre comunicare risultati positivi veniva premiato, la burocrazia produceva sistematicamente informazioni distorte. E quando qualcuno provava a criticare la politica, poteva essere accusato di essere un "destrorso", di opporsi alla linea rivoluzionaria o di non avere fiducia nel progetto.
Il caso più famoso è quello di Peng Dehuai, che nel 1959 criticò gli eccessi del Grande Balzo durante la Conferenza di Lushan. Mao interpretò la critica come una minaccia politica: Peng fu destituito e ne seguì una nuova campagna contro gli "opportunisti di destra", che rese ancora più difficile correggere la politica.
Il problema era che Mao aveva costruito un sistema nel quale era estremamente difficile per il vertice sapere che la politica stava fallendo.
Tutto questo portò alla Grande carestia. La produzione calò drasticamente e la carestia assunse proporzioni catastrofiche. La letteratura recente cita spesso tra i 30 e i 45 milioni di morti.
Mao cercò di affrontare un altro problema. Aveva paura che lo stesso Partito potesse creare una nuova élite separata dal popolo. Per questo, nel 1966, lanciò la Rivoluzione culturale. La soluzione per Mao era: "Se il problema è che l'apparato del Partito si è separato dalle masse, bisogna permettere alle masse di attaccare direttamente l'apparato." Quindi mobilitò politicamente la popolazione contro una parte dello stesso Partito, cercando di colpire quella che considerava una burocrazia diventata troppo distante dalle masse.
Protagonisti furono soprattutto i giovani studenti, organizzati nelle Guardie Rosse. Mao incoraggiò i giovani a mettere in discussione le autorità considerate borghesi o controrivoluzionarie. Questo produsse una situazione completamente nuova. Un insegnante poteva essere accusato dai propri studenti. Un dirigente poteva essere denunciato dai propri subordinati. Un funzionario del Partito poteva essere accusato di essere un controrivoluzionario.
Il problema però era che non c'era più un limite chiaro. La rivoluzione provocò conflitti interni. Vennero attaccati funzionari, politici, artisti, professori, intellettuali e persone comuni. Molti funzionari vennero rimossi, umiliati e perseguitati. Per diversi anni l'istruzione superiore fu fortemente compromessa. La lotta politica assunse anche una dimensione violenta: diverse fazioni delle Guardie Rosse e altri gruppi rivoluzionari entrarono in conflitto tra loro, mentre l'esercito venne progressivamente coinvolto per ristabilire l'ordine.
La Rivoluzione culturale finì quindi per diventare non semplicemente una campagna contro la burocrazia, ma una gigantesca lotta per il potere all'interno dello stesso sistema comunista.
Dopo la morte di Mao, nel 1976, salì al potere Hua Guofeng, che mantenne la posizione al vertice per alcuni anni. Progressivamente emerse Deng Xiaoping tra la fine degli anni '70 e gli anni '80. Deng cominciò a introdurre incentivi di mercato. Il suo ragionamento era: "Se il mercato permette di utilizzare meglio le risorse e aumentare la produzione, perché dovrebbe essere necessariamente incompatibile con il socialismo?" Quindi le imprese ebbero maggiore autonomia, i prezzi furono determinati sempre più dal mercato, e comparvero incentivi economici, commercio estero, imprese collettive e private e soprattutto proprietà privata in determinati settori. Nel 1980 furono create le prime Zone economiche speciali, come Shenzhen: aree in cui erano permessi gli investimenti stranieri e le regole di mercato, e che fungevano da laboratorio per le riforme.
Per le famiglie contadine introdusse il sistema di responsabilità familiare. In sostanza, se prima la comune decideva quanto produrre, organizzava il lavoro e distribuiva, da quel momento la famiglia riceveva un obiettivo di produzione e tratteneva il resto, potendo anche venderlo. Questo creava un forte incentivo alla produzione individuale.
Deng creò nuovi e più forti incentivi economici, rimuovendo i vecchi incentivi perversi dell'epoca di Mao. Il lavoratore, il contadino e l'impresa dovevano avere una ragione per produrre di più, innovare e ridurre gli sprechi, aumentando la produttività.
Per quanto riguarda la burocrazia, non cercò di riprendere le idee di Marx, ma creò un nuovo sistema. Analizzando l'esperienza di Mao, Deng riconobbe che il leader aveva troppo potere e poteva apportare cambiamenti troppo radicali. Cercò quindi un sistema più istituzionalizzato. Vennero rafforzati gli organi statali, le procedure e le regole. Vennero anche introdotti sistemi di pensionamento dei dirigenti e di ricambio generazionale, per superare il sistema di leadership a vita. Introdusse inoltre un sistema elettorale più stabile: i cittadini eleggevano direttamente i rappresentanti dei congressi popolari a livello di contea e inferiore, mentre ai livelli superiori l'elezione era indiretta, cioè erano i congressi locali a eleggere quelli superiori. Naturalmente tutto rimase sotto il monopolio del PCC. Già nel 1979 Deng aveva fissato i Quattro principi cardinali: la via socialista, la dittatura democratica popolare, la guida del Partito comunista, il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong non potevano essere messi in discussione. Le riforme economiche, quindi, non dovevano diventare riforme politiche. Lo si vide nel 1989, quando le proteste di piazza Tienanmen, che chiedevano tra l'altro più libertà e la lotta alla corruzione, furono represse dall'esercito. Alla domanda "chi controlla il Partito?", la risposta di Deng rimaneva quindi: il Partito stesso.
Qui nasce la domanda: questo è ancora comunismo? Marx aveva associato il superamento del capitalismo al superamento dei rapporti di produzione capitalistici. Deng invece disse, in sostanza: "Possiamo utilizzare strumenti capitalistici senza per questo trasformare necessariamente il sistema politico e sociale in capitalismo".
Quindi Deng, in fondo, fece una cosa molto importante: spostò la domanda su un altro piano, cioè: questa politica funziona? Se una politica aumenta la produzione, la produttività e il tenore di vita, può essere mantenuta anche se utilizza strumenti precedentemente considerati "capitalistici". È la logica della sua frase più famosa: "Non importa che il gatto sia bianco o nero, l'importante è che acchiappi i topi."
Il Partito, però, giustificò questa scelta proprio con Marx. Nel 1987 il XIII Congresso stabilì che la Cina si trovava nella "fase primaria del socialismo": essendo un paese ancora arretrato, non possedeva le forze produttive che Marx considerava necessarie per il comunismo, e doveva quindi prima svilupparle, anche usando il mercato. Era, in fondo, lo stesso problema che aveva affrontato Lenin con la NEP.
Negli anni successivi arrivarono prima Jiang Zemin e poi Hu Jintao, che continuarono sostanzialmente lo schema di Deng. Jiang però compì un passo dal forte valore simbolico. Con la teoria delle "Tre rappresentanze" (2000), il Partito non rappresentava più solo operai e contadini, ma anche le "forze produttive avanzate", e tra il 2001 e il 2002 gli imprenditori privati furono ammessi nel Partito comunista. Dal punto di vista di Marx fu una svolta enorme: i proprietari dei mezzi di produzione, cioè la classe che la rivoluzione avrebbe dovuto superare, entrarono nel partito che avrebbe dovuto rappresentare il proletariato. Hu, invece, puntò sulla "società armoniosa", cercando di ridurre le disuguaglianze e gli squilibri prodotti dalla crescita.
Il vero cambiamento arrivò con Xi Jinping, che divenne segretario generale del PCC nel 2012 e presidente della Repubblica nel 2013. Xi non abolì le istituzioni create da Deng, ma cambiò il rapporto tra istituzioni e Partito. Il concetto divenne: "Il Partito deve essere presente e dirigere ogni settore fondamentale dello Stato e della società." Deng aveva cercato di evitare che il Partito, lo Stato e il leader diventassero la stessa cosa. Xi invece decise che la leadership del Partito doveva essere rafforzata. Così, nel 2018, furono approvate modifiche alla Costituzione che rimossero il limite di due mandati consecutivi per il presidente e il vicepresidente della Repubblica. Ma soprattutto fu inserita nella Costituzione la frase: "la leadership del Partito Comunista Cinese è la caratteristica fondamentale del socialismo con caratteristiche cinesi."
In sostanza, il comunismo non è mai stato applicato davvero come Marx lo intendeva. Ma la vera falla non è questa: la modifica di un sistema è spesso la sua evoluzione naturale, specialmente se il sistema lascia aperte questioni come la teoria dello Stato. Come abbiamo visto, sia Lenin sia Mao sia Deng hanno dovuto inventare risposte che Marx non aveva dato, e ognuno lo ha fatto in base alla situazione del proprio paese.
Ma qui mi pongo una domanda: il comunismo è ormai un sistema vecchio? Spesso si parla di capitalismo e comunismo in maniera troppo generica. Per rispondere bisogna prima distinguere due cose: Marx come analisi del capitalismo e il comunismo come soluzione. Molte osservazioni di Marx sul capitalismo restano ancora oggi utili. Quello che bisogna capire è se il meccanismo che secondo lui avrebbe portato alla rivoluzione funzioni ancora, e se una società comunista sarebbe gestibile nel mondo di oggi.
Partiamo da alcune "previsioni" di Marx che si sono poi dimostrate false. Ce ne sono diverse, come quella sul crollo finale del capitalismo, ma le principali sono due: l'impoverimento crescente del proletariato e la polarizzazione della società in due sole classi. Entrambe sono importanti perché, come abbiamo visto nella prima parte, la rivoluzione per Marx non è un evento casuale: nasce dalle condizioni stesse del capitalismo.
Cominciamo dalla prima. Marx affermava che, con il passare del tempo, in una società capitalista il proletariato si sarebbe impoverito sempre di più. Ma questo non è accaduto: in molti paesi capitalisti la qualità della vita del lavoratore medio è aumentata, permettendogli spesso vizi, viaggi e risparmi.
Un marxista potrebbe rispondere che Marx non parlava necessariamente di un impoverimento assoluto, ma relativo: il lavoratore può anche stare meglio di prima, ma la parte di ricchezza che riceve diminuisce rispetto a quella che va al capitale. E in effetti le disuguaglianze negli ultimi decenni sono aumentate, come ha mostrato per esempio Piketty. Questa obiezione è in parte vera, ma non risolve il problema. La coscienza di classe nasce dal disagio che le persone sentono, non da una statistica. Un lavoratore che vive meglio di suo padre difficilmente si sente impoverito, anche se nel frattempo il miliardario si è arricchito molto più di lui.
C'è poi un altro aspetto. Il proletariato descritto da Marx, quello delle grandi fabbriche, dei turni massacranti e dei salari minimi, in realtà esiste ancora. Solo che non si trova più a Manchester, ma in Bangladesh, in Vietnam o a Shenzhen. Gran parte della produzione si è spostata nei paesi dove il lavoro costa meno. E qui c'è un'ironia: molte di quelle fabbriche lavorano oggi sotto la guida di un Partito comunista, quello cinese, che come abbiamo visto ha ammesso perfino gli imprenditori tra i propri membri.
Questo è importante, perché la rivoluzione stessa richiede la coscienza di classe; ma questa coscienza, che era già debole nei paesi poveri, nei paesi capitalisti medi difficilmente si forma, perché mancano il disagio collettivo e l'aggregazione tra le persone.
Un'altra differenza sostanziale è che la polarizzazione della società in due sole classi non avviene. Secondo Marx, con lo sviluppo del capitalismo i ceti intermedi sarebbero scomparsi: piccoli artigiani, commercianti e contadini sarebbero finiti tra i proletari, come era successo agli artigiani durante la Rivoluzione industriale. Oggi invece c'è una fortissima classe media, composta da professionisti, tecnici, impiegati qualificati e piccoli imprenditori.
Anche qui un marxista potrebbe obiettare che questa classe media è un'illusione. Un medico ospedaliero, un ingegnere o un programmatore non possiedono i mezzi di produzione: vendono la propria forza-lavoro in cambio di un salario, esattamente come l'operaio. Secondo la definizione di Marx, quindi, sarebbero proletari a tutti gli effetti.
L'obiezione è corretta sul piano teorico, ma ignora una distinzione che faceva Marx stesso, quella tra classe "in sé" e classe "per sé". Una classe in sé è un gruppo di persone che condividono la stessa posizione economica. Una classe per sé è un gruppo che si riconosce come tale, è consapevole dei propri interessi comuni e agisce di conseguenza. Solo la seconda può fare la rivoluzione. E il programmatore che guadagna tremila euro al mese difficilmente si sente parte della stessa classe del magazziniere, anche se oggettivamente lo è.
In più, oggi molti lavoratori sono anche, in piccola parte, proprietari di capitale. Chi ha un fondo pensione, un piano di accumulo in ETF o qualche azione possiede una piccola parte delle imprese in cui lavora qualcun altro, e riceve una parte del profitto prodotto da quel lavoro. Sono quote minime, ma bastano a rendere meno netta la linea tra chi possiede i mezzi di produzione e chi no. Un lavoratore che vede crescere il proprio fondo pensione quando la borsa sale ha, almeno in parte, gli stessi interessi del capitalista. Quindi la società non solo non si è polarizzata, ma ha prodotto figure che stanno contemporaneamente da entrambe le parti.
Questo ci porta a un altro punto. Nella prima parte abbiamo visto che, secondo Marx, la Rivoluzione industriale concentrava masse sempre più grandi di lavoratori nelle fabbriche, e proprio questa concentrazione rendeva possibile unirli e creare una coscienza di classe. Oggi succede quasi l'opposto: il lavoro si è disperso. Molti lavorano da remoto, come freelance, come rider con un'app al posto del capo, o con contratti diversi anche all'interno della stessa azienda. Due persone che fanno lo stesso lavoro spesso non si incontrano mai.
Lo stesso vale per il tempo libero. Non siamo più ai tempi in cui il ricco faceva esperienze, viaggi e altri lussi, mentre il povero andava al bar dove tutti si riunivano. Ora poveri e ricchi hanno strumenti di intrattenimento tali da non far sentire tanto questa differenza nella qualità della vita: basta pensare a film, videogiochi e a tutti gli altri tipi di media. Questa non è un'idea nuova, e curiosamente l'hanno sviluppata proprio dei marxisti: Gramsci parlava di egemonia culturale, e la Scuola di Francoforte di "industria culturale", cioè di un intrattenimento di massa che rende le persone passive e le fa adattare al sistema.
Però oggi c'è qualcosa in più, che penso venga spesso sottovalutato: l'appagamento che ormai si ottiene dai social. La televisione rendeva passivi, i social invece danno l'illusione di agire. Prima, frequentare un giro comunista significava stare in un bar dove uno spingeva l'altro, anche se difficilmente questo poteva portare a una rivoluzione. Ora invece ognuno può lamentarsi online, e spesso questo produce l'effetto contrario a quello atteso. La gente si sente già appagata da commenti e video sfogo: un livello di appagamento che prima richiedeva un confronto diretto con l'avversario, un confronto che ormai non avviene più a causa degli algoritmi polarizzanti dei social network. In più il bar era un'esperienza comune, mentre sui social ognuno ha il proprio feed personalizzato. Quindi non manca solo l'unione: manca proprio un'esperienza condivisa da cui l'unione potrebbe nascere.
In sostanza, Marx vedeva nel capitalismo le condizioni che avrebbero unito i lavoratori. Il capitalismo di oggi le ha smontate quasi tutte.
Ma oltre ai problemi legati all'inizio di una presunta rivoluzione, c'è il problema dell'applicazione del comunismo stesso.
Il caso del Grande Balzo mostra un problema che va oltre Mao: in un sistema centralizzato, chi decide spesso non ha le informazioni necessarie per decidere bene. Questo problema era già stato posto da due economisti austriaci. Ludwig von Mises nel 1920 sosteneva che senza un mercato, e quindi senza prezzi, è impossibile calcolare quanto valgano davvero le risorse e come usarle. Friedrich Hayek nel 1945 aggiunse che le informazioni necessarie per gestire un'economia sono sparse tra milioni di persone, e nessun ufficio centrale può raccoglierle tutte.
Oggi qualcuno risponde che con i computer questo problema si potrebbe risolvere. Ci fu un tentativo già nel Cile di Allende, il progetto Cybersyn, e c'è chi fa notare che aziende come Amazon e Walmart pianificano internamente economie grandi quanto quelle di interi paesi. Ma il Grande Balzo mostra che il problema non era la capacità di calcolo. Come abbiamo visto con lo studio di Kung e Chen, i dati erano falsi perché i funzionari avevano interesse a falsificarli. Un computer che riceve dati falsi non fa altro che sbagliare più velocemente.
Nell'economia moderna questo problema diventa ancora più evidente. Marx è nato in una società economicamente più semplice di quella moderna, in cui pensare a una gestione collettiva dell'economia era, almeno in teoria, più semplice. Oggi invece l'economia è molto più complessa: una persona può creare un prodotto digitale in pochissimo tempo e guadagnarci, oppure creare un'applicazione open source e vivere grazie a donazioni e contributori. Ma in una società comunista come si gestisce tutto questo? Chi decide a chi appartiene un progetto open source e come dovrà svilupparsi? Il maintainer dovrà fare un altro lavoro, o lo Stato gli permetterà di lavorare solo come maintainer di quel progetto? E con quali criteri lo Stato decide quale progetto vale la pena finanziare e quale no?
Qualcuno potrebbe dire che proprio l'open source è un esempio di comunismo già realizzato: persone che lavorano gratuitamente a un bene comune, senza proprietà privata, quasi un "da ciascuno secondo le sue capacità". In parte è vero. Ma l'open source funziona proprio perché è volontario e decentralizzato: nessuno decide dall'alto cosa sviluppare, chi ci lavora e quanto. Ognuno contribuisce al progetto che ritiene utile, e i progetti che non servono semplicemente muoiono. In più molti progetti importanti vivono grazie ad aziende private che pagano i maintainer o finanziano lo sviluppo. Quindi l'open source dimostra che la cooperazione senza mercato è possibile, ma non che sia possibile la pianificazione centrale: anzi, ne è quasi l'opposto.
In una società capitalista è semplice: il singolo può decidere di prendere un prestito e assumere, di fare un'app open source e vivere di donazioni, di aprire un Kickstarter o altro. In una società comunista, invece, tutto questo deve essere giudicato e gestito da altre persone, che devono prendere decisioni importanti su un progetto creato da qualcun altro e su come finanziarlo. E come abbiamo visto con Peng Dehuai, in un sistema in cui contraddire chi decide è rischioso, gli errori difficilmente vengono corretti. Questo vale specialmente nel mondo tecnologico, dove molti programmi e progetti sperimentali, o che sembravano fallimentari, si sono rivelati grandi successi. In un sistema centralizzato, probabilmente, molti di questi progetti non sarebbero mai stati finanziati.
Tutto questo per dire che, secondo me, parlare oggi di comunismo classico è abbastanza inutile. Non perché le domande di Marx fossero sbagliate, ma perché il mondo in cui le aveva poste non esiste più. Le classi non sono più due, i lavoratori non sono più concentrati nelle fabbriche, e l'economia è diventata troppo complessa per essere gestita da un centro.
Oggi, poi, ci sono evoluzioni tecnologiche, come l'intelligenza artificiale, che aprono un discorso completamente nuovo. Marx stesso aveva immaginato un futuro in cui le macchine avrebbero svolto gran parte del lavoro. Ma se il lavoro umano diventa sempre meno necessario, cosa succede a una teoria che si basa proprio sul lavoro, sul plusvalore e sul lavoratore che produce più di quanto riceve? Sono domande a cui il comunismo classico non può rispondere, semplicemente perché non poteva immaginarle.
Io sono d'accordo con tanti fondamenti del socialismo: l'idea che la ricchezza non debba concentrarsi nelle mani di pochi, che nessuno debba restare indietro e che le condizioni dei lavoratori siano una questione politica e non solo economica. Ma non credo che il comunismo ne sia il vero successore. Come abbiamo visto, ogni volta che si è provato ad applicarlo, il potere è finito nelle mani del Partito e non del proletariato.
Penso invece che dovremmo concentrarci sul migliorare le condizioni dei più poveri, permettendo allo stesso proletariato di mettersi in proprio e di diventare a sua volta sempre più ricco. In un certo senso, invece di togliere i mezzi di produzione a chi li possiede, si tratta di permettere a sempre più persone di possederli. Come abbiamo visto con i fondi pensione, in piccola parte questo succede già. Si può parlare di tassazione sui grandi patrimoni, di accesso all'istruzione e al credito, di sanità pubblica e di tanti altri strumenti socialisti.
Ma bisogna parlare di questo, invece di farsi una guerra ideologica tra comunismo e capitalismo. Anche Deng, dopo anni di lotte ideologiche, arrivò in fondo alla stessa conclusione: non importa che il gatto sia bianco o nero, l'importante è che acchiappi i topi.