21 marzo 2026 · 1.307 parole
Ormai ci siamo abituati abbastanza a questo mondo, non ci importa più della libertà o della privacy. Valutiamo sempre di meno noi stessi, stando sotto a idee che ci sono state imposte come corrette. Non ci importa che la gente sappia cosa facciamo, chi siamo e cosa vogliamo. Condividiamo tutto. Questo è un cambiamento che tanti tendono a prendere sotto gamba, il fatto che siamo schedati è ormai normalizzato. Il mondo è costruito sopra gli strumenti che rendono questo una realtà.
Una frase spesso attribuita a Richard Stallman dice:
Se Stalin potesse dare una cosa a tutti i suoi cittadini, darebbe sicuramente un telefono.
Il telefono è uno strumento che ormai è diventato un'estensione del corpo per tante persone, per altre una parte fondamentale della vita. C'è addirittura chi va in panico quando esce di casa senza il telefono. Ma come è successo tutto questo? Siamo passati da un tempo in cui potevi andartene di casa per mesi a un momento in cui la gente è abituata a sentirsi ogni secondo della propria vita. Non importa dove sei: siamo sempre connessi. Questo lo rende uno strumento di sorveglianza estremamente efficace. È un punto in cui vengono centralizzate moltissime delle nostre informazioni: foto, posizione, chat, interessi, pagamenti e ricerche. Diventa, di fatto, un rappresentatore della nostra identità, quasi un identificatore univoco.
Prendiamo per esempio Vault 7, un data leak pubblicato su WikiLeaks nel 2017, contenente circa 8.700 documenti della CIA, tra documenti e materiale tecnico che descrivono le capacità di cyber-spionaggio utilizzate dal 2013 al 2016. Questo leak documenta come la CIA potesse accedere a diversi dispositivi informatici, tra cui i telefoni, spesso con permessi molto ampi. Questa è una delle miriadi di risorse che dimostrano come i telefoni siano uno degli strumenti di sorveglianza e controllo più efficaci sugli utenti. La loro efficacia è aumentata negli ultimi anni grazie ai social e agli algoritmi sempre più aggressivi, che possono creare dipendenza e isolare l'utente all'interno di una echo chamber.
Tanti sono della filosofia "Non ho nulla da nascondere", una linea di pensiero di per sé preoccupante e pericolosa per la libertà. La privacy non è uno strumento riservato a chi ha qualcosa da nascondere: è un diritto fondamentale che riguarda tutti, perché tutti possediamo informazioni personali che vogliamo proteggere, dalle opinioni politiche alla salute, dalle relazioni intime ai nostri gusti. Pensare che la privacy serva solo ai colpevoli è ignorare che essa tutela la dignità e l'autonomia di ogni individuo.
La sorveglianza non è mai neutra. Anche chi non ha nulla da nascondere cambia comportamento quando sa di essere osservato. Sapere che ogni messaggio, ogni spostamento, ogni conversazione può essere monitorata induce autocensura, paura di esprimere idee e limitazioni nei rapporti sociali. Questo effetto, noto come chilling effect, mostra che la privacy non è un lusso, ma la condizione stessa di libertà.
Inoltre, i dati apparentemente innocui possono diventare pericolosi. Una foto può essere usata come deepfake, un messaggio può essere estrapolato dal contesto, un dato sanitario condiviso oggi può essere riutilizzato, manipolato o reinterpretato domani, trasformando cioè quello che sembra innocuo in rischio concreto.
Rinunciare alla privacy significa ignorare che le informazioni personali hanno un valore e possono essere sfruttate contro di noi, anche senza aver fatto nulla di illegale.
La privacy non protegge solo l'individuo ma la società stessa. Quando tutti rinunciano a controllare chi può accedere alle loro informazioni, aumentano il potere di manipolazione, la possibilità di abusi e la vulnerabilità collettiva.
È come dire che non servono serrature sulle porte perché non ruberemmo nulla: la serratura non protegge chi è malintenzionato, protegge tutti, perché il rischio esiste indipendentemente dalle intenzioni individuali.
Dire “non ho nulla da nascondere” significa quindi consegnarsi volontariamente al controllo altrui e ignorare che la privacy non è un mezzo per nascondere colpe, ma uno scudo indispensabile per vivere liberi, per poter essere noi stessi senza interferenze e senza paura. La privacy è la garanzia di poter vivere come esseri umani completi, liberi di pensare, parlare e scegliere senza che nessuno possa controllare ogni nostra mossa.
Quella frase serve solo per giustificare la pigrizia nell’opporci a questo sistema. Le persone spesso non vanno oltre e, pure quando lo fanno, in realtà non risolve il problema. Ci sono tante promesse incomplete, servizi che promettono la privacy.
Per citarne alcuni: ProtonMail, un servizio email con minor raccolta dati (telemetry), e GrapheneOS, un sistema criptato e open source senza Google. Pur se è vero che servizi del genere risolvano di per sé alcune problematiche, non ne risolvono altre, come l'email come identificatore, che può essere sempre tracciata tramite uno schema, le SIM con il Wi-Fi che danno sempre la nostra posizione, e tanti altri piccoli dettagli dimenticati. Questo non è per dire che servizi e OS come Proton e GrapheneOS non siano validi, ma sta a dire che non sono la soluzione.
Un'altra critica che viene fatta alla privacy è: "La sorveglianza rende le città più sicure." Pur se, sotto un certo punto di vista, questo è vero, non è l'unico metodo. Quello che bisogna chiedersi è: "Quanto siamo disposti a dare per essere sicuri? A quanto può arrivare la sorveglianza per renderci sicuri?" Anche il mondo di 1984 (Orwell) era sicuro, ma cosa ha perso l'uomo in cambio di quella sicurezza? Di base, il concetto è che questo approccio alla sicurezza fa perdere dei diritti fondamentali dell'uomo stesso. Un approccio migliore sarebbe fare le stesse cose che faresti eliminando la privacy, ma mantenendola. Per esempio, mettere telecamere con un'IA che rilevano i crimini si può fare senza collezionare i dati delle persone o le loro facce, senza identificarle, elaborando tutto localmente. Lo stesso vale per le videocamere locali e casalinghe. Il fatto di non collezionare dati non implica automaticamente che dobbiamo rinunciare ai controlli di sicurezza moderni, che possono essere anche molto utili se affiancati da forze dell'ordine disponibili e veloci.
Ormai è da tempo che le varie agenzie e i governi vogliono associare un'identità a ogni persona sulla rete. Questa volontà, pur essendo già praticamente soddisfatta, ora vuole essere anche normalizzata e facilitata. Tutto questo avviene tramite leggi di sorveglianza presentate come strumenti per proteggere i bambini, utilizzando la loro tutela anche come forma di pressione psicologica sugli oppositori. L'Online Safety Act è una delle leggi che dichiara di voler proteggere i bambini. L'obiettivo è lecito, ma bisogna interrogarsi sugli strumenti utilizzati per raggiungerlo: questo sistema prevede che ogni piattaforma social abbia un sistema per verificare l'età di una persona, tramite la scansione del volto o attraverso un documento d'identità. È inutile dire che questo non abbia niente a che fare con la protezione dei bambini, dal momento che esistono già diversi metodi per proteggerli, come i vari sistemi di parental control messi a disposizione dalle piattaforme. Questi strumenti, invece, servono principalmente a facilitare la sorveglianza e a rendere normale l'associazione tra un'identità reale e l'attività di una persona online.
La questione della privacy, quindi, non riguarda soltanto ciò che abbiamo da nascondere, né consiste nella scelta tra tecnologia e libertà. Riguarda il potere che concediamo a chi raccoglie le nostre informazioni e la possibilità di stabilire dei limiti a quel potere. Una società sicura non dovrebbe essere necessariamente una società in cui tutti sono osservati, così come una società libera non dovrebbe essere costretta a rinunciare alla sicurezza. La vera sfida consiste nel costruire sistemi capaci di proteggerci senza trasformare ogni cittadino in un soggetto da controllare.
La privacy non è la possibilità di nascondere qualcosa di sbagliato. È la possibilità di avere qualcosa che rimane nostro. E se rinunciamo completamente a questa possibilità in cambio della sicurezza e della comodità, il rischio non è soltanto che qualcuno possa conoscere la nostra vita: è che, lentamente, dimentichiamo che quella vita appartiene prima di tutto a noi.